QUANDO IL NOME FA LA DIFFERENZA

Scartabellando fra le pagine di Internet ho reperito un interessante articolo relativo ad un concittadino che ha trovato la sua fortuna al di fuori dalle “mura di casa”. Il primo pensiero che ho elaborato è stato “Nemo propheta in patria”.

Riporto per intero l’articolo apparso il giorno 5 agosto 2017 sul sito di Repubblica.it (Interviste – Palermo) e che parla di Pasquale Schembri.

Si tratta di un’intervista di Salvatore Ferlita al nostro concittadino dalla quale affiora un profilo turbolento e dicotomico di Pasquale/Pascal


Da Pasquale a Pascal, le due vite di un artista: “Scrivevo poesie e la Sicilia mi stava stretta”

Partito da Realmonte, Schembri ha girato l’Europa facendo il paroliere il musicista e l’attore, prima di arrivare a Parigi dove si è affermato con i suoi saggi e romanzi: “Tutti mi deridevano: ero quello che parlava con le stelle, insomma lo scemo del villaggio”

Pascal SchembriTra Pasquale e Pascal ci sono di mezzo le Alpi. Pasquale vuol dire Realmonte, il paesino d’origine da cui evadere in fretta. Pascal significa Parigi, il mondo patinato delle canzoni e del teatro. Ma prima di Pascal vengono Max e Lino. Insomma, se è vero che Pirandello affermò che la vita o si vive o si scrive, Pasquale Schembri, classe 1945, prima l’ha vissuta e poi l’ha scritta. Un’esistenza inquieta da giramondo, la sua, mossa da una vocazione artistica mai paga: il palcoscenico prima, la musica dopo, la scrittura letteraria di recente, immaginativa e saggistica. Che si è sedimentata in trentacinque libri: “L’ultimo è appena uscito, un romanzo costruito come un vecchio feuilleton, ambientato nella Roma della dolce vita”.

Oggi lei pubblica regolarmente in Francia e in Italia, dei suoi libri si parla su “Le Monde” e “Le Figarò”, arrivano i premi e i riconoscimenti. Cosa rimane della sua infanzia isolana?
“Rimangono ricordi e soprattutto rancori”.

Prendiamo le mosse dai primi…
“Il ricordo dolcissimo di mia nonna e di mia madre, le quali possedevano un immaginario irrefrenabile. Improvvisavano canzoni la sera quando si stava insieme, inventavano storie mirabolanti. Io le ascoltavo rapito”.

Da lì proviene la sua vena artistica?
“Sì, senza alcun dubbio. La famiglia di mio padre si occupava delle terre da coltivare e far fruttare. Quella di mia madre si era nutrita di sogni e fantasticherie”.

E il giovanissimo Pasquale, a Realmonte, che sfogo trovava al suo estro?
“Nessuno. Anzi, ero malvisto. Ho studiato per conto mio, ho letto tanto, ho iniziato presto a scrivere poesie. Ma in paese mi deridevano, alludevano a me come quello che parlava con le stelle. Insomma, ero considerato lo scemo del villaggio”.

Si avverte un tantino di stizza nelle sue parole.
“Lei è gentile, guardi però che può benissimo parlare di collera, o se preferisce rabbia. Me ne andai da Realmonte e dalla Sicilia perché ci stavo male”.

A che età decise di tagliare il cordone ombelicale con la Sicilia?
“Avevo diciassette anni, mio padre si era ammalato e cominciammo a vendere le nostre terre a uno zio per comprare i medicinali. Partii con una sola valigia, piena di biancheria e di desideri. Misi piede in Germania: inizialmente andai a lavorare a Sud, in un’impresa che costruiva ponti: c’erano altri siciliani. Ma rimasi poco, entrai in rotta di collisione coi miei conterranei, riparai a Francoforte”.

Aveva in tasca l’indirizzo di qualcuno?
“Arrivai alla stazione: davanti a me c’erano tre viali, mi incamminai in quello di mezzo. A un certo punto un angelo custode, il primo di una lunga serie, si materializzò: una signora che mi diede l’indirizzo delle suore, lì trovai ospitalità. Non ci volle molto per avere un nuovo lavoro, che durò poco, però: una costante per me o una maledizione. Mi accollai gli impieghi più disparati, ero spinto dal desiderio matto di recitare. Nella mia stanza, di sera, scrivevo e improvvisavo: tra l’altro ho inscenato la mia morte, con tanto di lettera d’addio e fotografie sul cataletto. Spedii tutto ai miei, uno scherzo atroce: chiamarono dopo giorni per avere mie notizie, in preda al terrore”.

Quando si presentò la prima occasione?
“Presto, a Francoforte. Mi misero in contatto col direttore del teatro l’Opera, gli occorrevano comparse: feci il bersagliere. Poi mi trasferii a Roma, in seguito a Torino. Lì imparai a suonare il piano e cominciai a scrivere canzoni e a partecipare a concorsi canori come il “Canta Italia”: c’era con me, tra gli altri, Orietta Berti. Ma una cattiva stella mi accompagnava ovunque”.

In che senso?
“Arrivavo secondo quando tutti mi dicevano che ero il favorito, ero a un passo dal firmare un contratto e per una clausola non se ne faceva niente; si attendevano i risultati di una competizione e l’organizzatore scappava via con la cassa. Siamo nel 1964, già non ero più Pasquale ma Max e partii alla volta di Milano”.

E lì finalmente riuscì a sfondare?
“Non proprio, conobbi produttori, titolari di case discografiche: al quarto piano della Galleria del Corso incontrai Marcella Bella e Al Bano. Era una specie di limbo, lì stavano quelli che ancora non avevano inciso. Partecipai a “Un disco per l’estate” ma diedero a un altro la mia canzone. Si metteva sempre di mezzo qualcuno o qualcosa: come quando mi presentarono il contratto da firmare, la mia canzone era diventata di Pace e Panzeri. Mi dicevano che era quello l’unico modo per incidere concesso a uno sconosciuto: le cose nel mondo della musica andavano così”.

E lei che fece?
“Da paesano testardo, cocciuto, mi rifiutai. Ero proprio un fesso, troppe volte ho girato le spalle alla fortuna. Un giorno decisi pure di farla finita, ingoiai una boccetta di tranquillanti: mi salvò un’amica. Se ne parlò sui giornali, fui definito il cantante sfortunato. Teddy Reno e Rita Pavone dissero che mi avrebbero messo sotto la loro protezione, ma avevo bisogno di cambiare aria. Avrei però coronato il mio sogno a Parigi”.

Quindi il successo arrivò finalmente in terra di Francia?
“Arrivai lì nel 1971 e incisi il primo disco: da Max diventai Lino, Lino Valenti. Intanto presi moglie e aprii una boutique di pelletteria a Montparnasse, dove prima decisi di comprare una tomba di sei posti, poi una casa. Uscirono altri dischi, uno di questi riscosse un discreto successo a Tolosa. C’era sempre qualcosa che andava storto, il mio rapporto col mondo dello spettacolo è stato perennemente funestato. Ebbi pure una parentesi londinese, attratto ancora una volta dalle sirene del teatro. Quando morì mia moglie mandai tutto al diavolo. Decisi di occuparmi di mio figlio che aveva quattordici anni”.

Infine venne la scrittura…
“Riempivo pagine e pagine di storie dietro alla cassa. Solo nel 2007 uscì il mio primo volume ed è come se qualcuno avesse tolto il tappo. Ho pubblicato romanzi, saggi, gli ultimi dedicati ai giganti del cinema, Monicelli, Mastroianni. A settembre uscirà la biografia di Kurt Vonnegut, scrittore che mi ha affascinato per la sua immaginazione apocalittica”.

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Pascal SchembriL’autore
Nato a Realmonte, in provincia di Agrigento, intorno alla metà degli anni ’40, e residente a Parigi da più di trent’anni, Pasquale Schembri costituisce un caso raro nel panorama editoriale internazionale.
Con questo nome fa la sua comparsa in Italia con i romanzi Il miracolo di San Calogero e Macelleria Siciliana e in Francia con L’oeil du vieux chêne, dopo aver operato sotto altri pseudonimi tanto oltralpe quanto nel bel paese, infiammando e influenzando il dibattito sociale con libri inchiesta sulla violenza coniugale e opere di narrativa sulla libertà sessuale e di opinione. Perché gli uomini picchiano le donne, GHB la droga dello stupro, I delitti dell’Arcigay?, Amnesia d’amore. Un altro Faust e Amnesia d’amore. L’ombra del passato, Essere Françoise Sagan, Un marziano in Italia – Omaggio a Flaiano, Kennedy e Berlusconi – lo stesso destino?, Cronaca di una beffa editoriale sono alcuni dei titoli che la straordinaria prolificità di Pasquale Schembri (circa 35 volumi), attraverso differenti noms de plume, tra pamphlets, gialli psicologici, racconti sentimentali e riflessioni filosofiche, continua a produrre.

 

About the author: Pascal McLee

La mia vita in due parole… Dopo aver frequentato la Scuola Superiore in Liguria, mi sono trasferito a Torino, dove ho seguito gli studi universitari di Ingegneria Elettronica al Politecnico. Ritornato in Liguria, attualmente il mio lavoro è in stretta correlazione con il web ed i computer. Mia moglie ed io viviamo nella verde Garlenda, in Liguria, provincia di Savona.