LA DOMENICA DELLE PALME A REALMONTE: UNA TRADIZIONE SECOLARE

La Domenica delle Palme Tradizioni, costume e cultura – note tratte da una ricerca curata da Luca Fiannaca, giovane unversitario realmontese, studioso ed appassionato di antropologia culturale e studio delle tradizioni popolari. Queste rappresentano un importante campo di indagine a livello antropologico, in quanto consentono di approfondire le conoscenze sugli usi e i costumi della società passata e presente. 

La Domenica delle Palme, secondo il racconto biblico, celebra l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, accolto da una folla di discepoli e salutato con rami d’ulivo. A Realmonte l’evento assume tratti popolari e vesti tradizionali uniche, che pur mutando nel tempo non hanno mai perso lo splendore originale.

Nelle case dei Confratelli della Croce inizia a prepararsi l’abito devozionale che si utilizzerà successivamente durante la Settimana Santa, composto da un camice (‘u cammisu) un velo (simile per fattezza e posizionamento al ghutra arabo, mutuato in segno penitenziale) e un cingolo (di colore bianco, segno di origine liturgica relativo alla purezza) e da attributi tipici quale un cordone al collo e una corona di giunchi intrecciati posta sul velo (richiami alla partecipazione alla sofferenza della Passione).

Dodici fra questi confratelli, eletti, si radunano al Calvario in via Rina, indossando soltanto il cammisu bianco, per rappresentare gli apostoli. Attributo tipico che portano è il bastone, decorato da fiori di barco e foglie di palma intrecciati in cima, segno di risurrezione.

Il corteo degli Apostoli, Domenica delle Palme 2013

Fra gli apostoli spiccano due figure investite di attributi quasi profetici di quanto accadrà durante la Settimana Santa. Il primo, sempre “incammisatu”, tiene con sé una spada: è san Pietro, princeps apostolorum, armato già per il noto ferimento all’orecchio del soldato romano (all’Orto degli Ulivi, durante l’arresto di Gesù. Il secondo, che impersona San Giovanni, indossa una fascia, segno dell’elezione (citando Dante Alighieri “e questi fue / di su la croce al grande officio eletto”). Entrambi affiancano un asinello bardato, cavalcato da un bambino che impersona Gesù.

Per ragioni puramente pratiche, spesso gli interpreti di san Pietro e san Giovanni sono persone in relazione familiare o di conoscenza con il bambino, e spesso proprietarie dell’asino in modo da poterlo condurre senza avere problemi.

“Bammineddu” del 2013, interpretato da Vincenzo Farruggia, figlio dell’attuale presidente della Confraternita Alfonso (in foto, con la fascia di S. Giovanni)

Il bammineddu, carica ambita da tante famiglie ogni anno, è una figura che richiama la tradizione greca del “Re Morituro”: il suo essere bambino, e non adulto, ha probabilmente una funzione apotropaica, cioè volta ad allontanare lo spettro della morte imminente (il Venerdì Santo) con un chiaro richiamo alla resurrezione pasquale oltre che all’innocenza di Gesù.

Il bambino viene acclamato dai fedeli, che agitano ramoscelli d’ulivo e foglie di palma, abilmente intrecciate in forme fantasiose dagli anziani o, recentemente, dall’opera dei fiorai locali. Non di rado queste palme sono decorate dai novelli fiori primaverili.

La folla radunata accoglie anche il parroco, che già indossa i paramenti per la celebrazione e da tradizione regge una grande palma decorata. Ai piedi della croce, al Calvario, ha luogo la benedizione di ramoscelli e palme, poi gelosamente conservati dalle famiglie come segno di benedizione e pace familiare.

Benedizione delle Palme, anno 2013

Il corteo, guidato dal bambino, dal parroco e dai discepoli, si dirige allora verso la Chiesa. Le porte sono chiuse, e i cantori della Pia Confraternita della Croce intonano il “Gloria, laus et honor” a due cori, rappresentando un dialogo fra Gerusalemme e gli apostoli, che chiedono di entrare. Il parroco con un bastone bussa tre volte prima che gli venga aperto. Il richiamo, parte dell’antica liturgia, è quello della Croce (il bastone) che spalanca le porte del Cielo ai fedeli.

Aperte le porte della Chiesa, i cantori della confraternita intonano l’“Oh Re Davide”, acclamazione della folla nei confronti del Cristo. Di seguito il testo:

Oh Re Davide, figlio verace,
tu porti pace ai nostri cuori!
Noi t’accogliamo tra palme e olive
e ti adoriamo per Salvator!”

Ha luogo quindi la Messa, animata dai Cantori della confraternita che inscenano, di tradizione, il Passio cantato. Questo Passio, di antica provenienza, è tratto dal Vangelo di Matteo ma contaminato con parti del Vangelo di Giovanni. Il testo latino, che ha subito particolari processi linguistici di mescolanza con il siciliano, viene cantato su circa sei motivi sonori, che cambiano e si differenziano di poco per ragioni metriche. Ho avuto modo di studiare e apprendere i motivi musicali e i testi del Passio con la guida di diversi musicisti del paese, ma l’evoluzione di questa tradizione mi è stata narrata, con fervido e vivissimo interesse dal signor Carmelo Mangione (“u ‘zzu Carminu”), organista storico della Confraternita: iniziò ad accompagnare il Passio da ragazzo, all’armonium, e partecipò attivamente ai suoi mutamenti conservando nella sua memoria tutte le parti cancellate, i vari ruoli dei cantori negli anni e infiniti aneddoti e storie. Nessuno spartito, sia chiaro: tutte “parti” scolpite nella memoria.

La narrazione cantata presenta particolari espedienti scenici (per esempio, al “Quod scripsi scripsi” pronunciato da Pilato, cade dalla cantoria dell’organo una penna bianca: quello che è stato scritto non può essere più cambiato).

Il Passio si ripeterà, con il testo di Giovanni, anche durante la Messa del Venerdì Santo: molto suggestiva, in quel giorno, è la scena della morte di Gesù: all’“Et inclinato capite” si sente il suono del firrinchiocchiulu, la raganella di legno, e l’assemblea radunata in Chiesa batte violentemente le mani sui banchi, scatenando un fragore terribile che ricorda il terremoto del racconto evangelico.

In Chiesa ha anche luogo la riproduzione dei Lamenti, melodie polifoniche prevalentemente a cappella (accompagnati dall’organo solo in alcune funzioni) con testi evangelici, popolari o tratti da prefazi e preghiere (dallo Stabat Mater al Populi mei, tratto dagli Improperia). Possibile sentire, nelle melodie, l’influenza araba o dei canti dei carrettieri, come anche l’influenza del canto delle prefiche, anch’esso di lamento. Il testo è un misto alternato di latino e siciliano, che ha dato luogo a testi quali l’Assummite e il Via Christu, poco decifrabili secondo le chiavi di entrambe le lingue, o a testi fraintesi (O suerum, ad esempio, che in realtà si è scoperto essere tratto dall’Antifona “Posuerunt super caput eius”).

Logo della Pia Confraternita della Croce, con simulacro del Cristo morto. Fonte: Facebook

Dopo la lunga e sentita celebrazione, la giornata si conclude con un momento di condivisione a casa del bambino, una tavulata di cibi tipici in memoria dell’Ultima Cena, condivisa con il popolo.

Alla fine del lauto pasto e del lieto momento, inizia ufficialmente la Settimana Santa. Le Palme e i ramoscelli benedetti vengono riposti in un luogo sicuro, dove possano irradiare la benedizione.

Antica usanza, relativa alla magia agricola e ormai persa, era quella di porre su una tegola (‘u coppu, riconosciuto popolarmente come guanciale di Cristo nella notte dell’arresto) foglie di palma benedetta e carboni ardenti, per fumigare e benedire gli angoli della casa recitando la seguente preghiera:

‘A li quattru cantuneri
c’è l’Angilu Gabbrieli,
cu tri pani e cu tri pisci
‘bbeni ‘nni sta casa crisci”

Altra formula nota, che si svolgeva sei giorni dopo (la mattina Sabato Santo) con funzione apotropaica, era quella di allontanare il male dalla casa bruciando alcune foglie di ulivo o palma benedetta e dicendo:

Parma e oliva biniditta,
‘n terra nascissi e ‘n celu si scritta.
Pi sta virtù ca Diu t’ha datu
di la malagenti m’ha guardatu
e lu malocchiu ‘a mari è jittatu!”

Palme intrecciate

(Si ringrazia Rosario Lo Negro per la gentile concessione del materiale fotografico e di varie fonti informative).

Autore

Luca Fiannaca è un ragazzo di Realmonte di 19 anni, studente della facoltà di Lettere all’Università di Palermo.

Sta affrontando, negli ultimi anni, una serie di ricerche sulla storia etnoantropologica del paese e delle zone, sia per interesse personale che per motivi di studio.

Fa inoltre parte di un gruppo di ricerca antropologica (nel quale ritiene di ricoprire il ruolo di “apprendista di bottega”, in quanto “non titolato”), composto anche da docenti e ricercatori.

Nelle sue ricerche studia scongiuri, “magarìe”, preghiere, tradizioni, canti e filastrocche.

Da aprile 2019 collabora con “Realmonte nel Mondo”, apportando le proprie interessanti spiegazioni e raccontando intriganti tradizioni popolari nostrane.

 

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About the author:

La mia vita in due parole... Dopo aver frequentato le scuole superiori in Liguria, mi sono trasferito a Torino, dove ho seguito gli studi universitari di Ingegneria Elettronica al Politecnico. Ritornato in Liguria, attualmente il mio lavoro è in stretta correlazione con il web ed i computer. Mia moglie ed io viviamo nella verde Garlenda, in Liguria, provincia di Savona.